Cosa possiamo imparare dell’incontro tra culture: appunti del seminario del 10 Gennaio 2026.
Viviamo in una società in cui la dimensione interculturale non è più un’ipotesi astratta, ma una realtà quotidiana. Lo vediamo nelle scuole, nei servizi sociali, negli ambulatori, nei luoghi di lavoro. Sempre più spesso incontriamo persone con storie, lingue e riferimenti culturali differenti dai nostri.
È in questo contesto che il seminario del 10 gennaio 2026 (dal titolo “Cultura, Lingua, Identità: Quando le Differenze Contano. Come bias e pregiudizi possono ostacolare la relazione d’aiuto e cosa possiamo fare per evitarlo) ha offerto uno spazio vivo e partecipato di riflessione su cosa accade quando la diversità culturale non resta un tema teorico, ma entra nel corpo, nelle emozioni e nella pratica professionale.
Il cuore della giornata è stato un continuo dialogo tra vissuti personali e sguardo professionale, con l’obiettivo di sviluppare uno sguardo più consapevole sull’altro, riconoscere i propri automatismi culturali e aprirsi a modi più autentici e meno difensivi di vivere la relazione.
Transculturalità: quando i mondi si incontrano
Il concetto di transculturalità è emerso come una chiave importante per leggere il presente. Non significa solo riconoscere che esistono culture diverse, ma comprendere che, nella vita reale delle persone, queste culture si incontrano, si mescolano e si trasformano continuamente. Le esperienze di ciascuno diventano così uniche, modellate da relazioni e contesti sempre nuovi.
L’incontro tra persone provenienti da mondi culturali differenti non è mai neutro: porta con sé aspettative, possibili fraintendimenti ma anche opportunità di cambiamento e crescita.
Durante il seminario, l’invito è stato quello di abitare lo spaesamento: riconoscere la fatica e la bellezza degli incontri che ci mettono in discussione e ci allontanano dalle nostre certezze.
Spaesamento culturale: un’esperienza da valorizzare
Lo spaesamento non riguarda solo chi arriva in un nuovo paese. Anche chi accoglie o lavora nella relazione d’aiuto può sperimentarlo. Un’operatrice raccontava, ad esempio, quanto sia difficile sostenere un colloquio quando le parole non bastano e si ha la sensazione di non riuscire davvero a capirsi.
Nel lavoro interculturale, saper restare nello spaesamento senza volerlo subito “sistemare” diventa una risorsa. È proprio lì che ci accorgiamo del limite del nostro punto di vista e possiamo iniziare a entrare nella prospettiva dell’altro.
Identità e appartenenze: un intreccio dinamico
Un tema centrale ha riguardato il rischio di ridurre le persone alla loro provenienza geografica o religiosa. L’identità non è mai un blocco fisso: è relazionale, situata, intersezionale.
Le testimonianze hanno mostrato quanto le appartenenze possano essere molteplici: persone cresciute tra più paesi, famiglie che attraversano migrazioni interne, individui che si sentono a casa in più culture contemporaneamente. Praticare la transculturalità significa rinunciare alla tentazione di classificare l’altro con categorie rigide.
Linguaggio e potere: chi parla e chi viene ascoltato
Il tema del linguaggio è emerso come uno dei nodi più sensibili. Chi non parla bene l’italiano, o lo parla con accento, spesso viene percepito come meno competente o meno affidabile. Ma come è stato sottolineato nel seminario, la lingua è anche uno strumento di potere, capace di includere o escludere.
È stato ricordato quanto sia importante, nel lavoro di relazione, porre attenzione anche ai linguaggi non verbali e paraverbali: il tono della voce, la postura, il ritmo del discorso. Talvolta, un sorriso o uno sguardo attento valgono più di mille parole corrette.
La ruota del potere: rendere visibile ciò che non vediamo
Un momento particolarmente significativo è stato il lavoro con la ruota del potere, uno strumento che aiuta a visualizzare la posizione di vantaggio o svantaggio che ciascuno occupa nella società.
L’esercizio ha avuto un forte impatto emotivo. Molti hanno scoperto quanti privilegi possiedono senza averne mai avuto piena consapevolezza; altri hanno contattato esperienze di esclusione o marginalità.
È emerso con chiarezza che nella relazione d’aiuto non esiste neutralità: prendere coscienza del proprio posizionamento è un atto etico, oltre che professionale.
Il privilegio, inoltre, non è immutabile. Può cambiare nel corso della vita: con l’invecchiamento, ad esempio, o quando una famiglia si trova ad affrontare esperienze che la espongono a nuove forme di marginalità.
Privilegio: non colpa, ma responsabilità
Avere un privilegio non significa aver fatto qualcosa di sbagliato. Significa riconoscere di beneficiare di vantaggi strutturali che spesso diamo per scontati. Durante la riflessione è emersa l’immagine della “lotteria della vita”: molte condizioni non dipendono dalle nostre scelte.
Riconoscere i propri privilegi non deve generare senso di colpa paralizzante, ma una responsabilità consapevole. Solo da qui può nascere una relazione autentica, capace di disattivare le dinamiche inconsapevoli di superiorità o inferiorità che spesso attraversano anche il lavoro sociale ed educativo. Finché il tema del potere resta implicito, infatti, le relazioni continuano a muoversi dentro gerarchie e appartenenze sociali non dichiarate
Allo stesso tempo, è importante che chi vive condizioni di svantaggio individui gli spazi che permettono di ampliare la propria libertà di movimento. Per un ragazzo, ad esempio, lo studio può diventare una strada concreta per aumentare le proprie possibilità sociali.
Per alcune persone del gruppo è stato significativo riconoscere di aver avuto molti privilegi senza averli sempre utilizzati. Tuttavia, proprio questi vantaggi hanno garantito la possibilità di scegliere: la libertà di poter attivare o meno le risorse disponibili.
Intersezionalità: siamo più di una sola etichetta
Attraverso l’intero seminario, si è insistito sulla complessità dell’identità umana. L’approccio intersezionale ci invita a non guardare le persone secondo una sola dimensione, come immigrato, donna, omosessuale, ma a considerare come le varie dimensioni si intersechino, si influenzino e generino esperienze uniche.
L’intersezionalità è una lente fondamentale per chi lavora nella relazione d’aiuto, perché impedisce la semplificazione e stimola una curiosità rispettosa verso la storia di vita di ogni persona.
Rabbia, colpa, vergogna: emozioni da ascoltare
La giornata non è stata solo concettuale ma anche emotiva. Sono emersi vissuti di rabbia per le ingiustizie, senso di colpa per i privilegi, vergogna per atteggiamenti inconsapevoli.
Queste emozioni sono state accolte come segnali di un processo in atto. In particolare, la rabbia è stata riletta come un’energia preziosa: una forza che può aiutare a reagire alla marginalità e a trovare il coraggio di affermarsi e prendere spazio nella relazione e nella società.
Formazione continua e supervisione: condizioni essenziali
Molti partecipanti hanno sottolineato il bisogno di formazione continua e supervisione per affrontare la complessità del lavoro interculturale. La supervisione non è un lusso, ma una pratica di cura del sé professionale: uno spazio per fermarsi, rileggere, ricevere feedback e disinnescare automatismi e pregiudizi.
Verso una postura più umana e consapevole
In conclusione, il seminario ha lasciato un messaggio chiaro. Non esiste una tecnica perfetta per la relazione d’aiuto interculturale, ma esiste una postura. Una postura fatta di umiltà, ascolto, attenzione al contesto, disponibilità a mettersi in discussione.
Fare spazio all’altro senza farsi da parte, tenere insieme fermezza e flessibilità, saper restare nello spaesamento senza fretta di uscirne. È questa, forse, la sfida più grande e più bella del nostro tempo: poter partecipare noi stessi a questo processo di trasformazione sulla frontiera di più mondi.
Autori.
Erika Agresti è una psicologa e psicoterapeuta con formazione in Psicosintesi. Da oltre vent’anni lavora in ambito clinico e transculturale, occupandosi di adozioni internazionali, migrazione e formazione, con particolare attenzione alle pratiche consapevolezza, all’incontro tra culture.
Paolo Assandri è uno psicologo-psicoterapeuta italiano a Londra, registrato HCPC e accreditato UKCP. Lavora da 20 anni in ambito clinico e formativo tra UK e Italia. Insegna psicosintesi e si occupa di psicoterapia breve, con particolare interesse per ansia, dolore cronico e sul ruolo dei pregiudizi e dei bias nella relazione di cura.
