biologo, ricercatore, analista comportamentale, giornalista pubblicista
Per la rubrica:Curiosità e misteri nel mondo della psicologia, antropologia e spiritualitàScheda del
Introduzione
Nel mese di luglio del 2025, l’autore si è recato per la seconda volta in Bulgaria (la prima volta fu nel 2012), paese che ama particolarmente. L’obiettivo era quello di approfondire sul campo lo studio della storia, delle origini e della società dell’antico e misterioso popolo dei Traci[1].
Accompagnato da una preparatissima guida locale e da un brillante archeologo specializzato in egittologia ma con competenze anche nell’ambito della tracologia[2], chi scrive ha avuto l’opportunità di visitare un suggestivo tempio trace, della cui esistenza non era venuto a conoscenza la prima volta.
Il Tempio del Tumulo di Chetinyova
Nei pressi di Starosel, un piccolo paese situato nel Comune di Hisarija, nella Regione diPlovdiv, uno dei 28 distretti (o regioni) in cui è amministrativamente suddivisa la Bulgaria, vi sono numerosi siti archeologici di differenti periodi storici, principalmente dell’Antichità Classica Trace.
Le ricerche svolte finora nella zona di Starosel hanno portato alla luce 6 templi al di sotto di altrettanti tumuli, ossia quelli di Chetinyova, Roshava, Kuilishka e Nedkova, oltre ai Tumuli Horizon e al tumulo che si trova nella località di Manyov Dol. È interessante notare come tutti questi templi, nonostante presentino evidenti differenze architettoniche, siano situati uno vicino all’altro su un territorio relativamente poco ampio. L’alta densità di queste costruzioni e l’elevato numero di sepolture di nobili rinvenute all’interno di altri tumuli, hanno indotto il noto archeologo Georgi Kitov a considerare l’area attorno a Starosel un “Centro di Culto Trace” (Figura 1A).

Che questa area svolgesse un importante ruolo cultuale per i Traci lo dimostra il fatto che nelle vicinanze si trovano rocce sacre a questo popolo, quali Kamenitsa, Uyov Kamak e Garvanov Kamak (in italiano il termine “kamak” significa “pietra”). La presenza di quest’ultima roccia sacra indica che la tribù degli Odrisi costruì i suoi templi e inumò i suoi nobili in una terra che considerava sacra.
Il sito più suggestivo e interessante è il tempio che si trova all’interno del Tumulo di Chetinyova(Figura 1B), scoperto nel 2000 dal tracologo Georgi Kitov(Figura 1C)[3], nell’ambito della Spedizione Trace per le Indagini sui Tumuli (TEMP – Thracian Expedition for Tumuli Investigations) da lui diretta. Durante gli scavi archeologici effettuati nel 2000, fu scoperta soltanto la parte orientale del frontone d’ingresso.
Per la costruzione del tempio i Traci valutarono attentamente le condizioni del terreno. Il sito fu scelto perché posto ad un’altitudine tale da dominare l’intera area circostante (Figura 1D). Da questa posizione privilegiata, infatti, si può godere di una vista straordinaria sul colle sacro di Kamenitsa a est, sul Tumulo di Roshava a sud-ovest, sulla diga di Pyasachnik e sulla valle del Maritza, in fondo alla quale, in condizioni di buona visibilità, si possono distinguere le colline di Philippopolis, l’antica Plovdiv[4].
Il muro di sostegno dell’argine tumulare raggiunge i 5 metri di altezza e ciascun blocco di pietra che lo compone ha una massa compresa tra 200 kg e 500 kg. Lo stile architettonico con cui furono realizzati la facciata del tempio e l’interno dell’edificio testimonia un elevato livello estetico e un alto grado di competenze costruttive. Per quanto concerne i criteri architettonici, i Traci si rifacevano all’ordine dorico ma seguivano anche proprie regole artistiche e religiose ben definite.
Il tempio è stato costruito con blocchi ben squadrati di arenaria grigia locale. L’edificio è orientato a sud e si compone di una facciata monumentale, un ampio corridoio d’ingresso (dromos), un’anticamera (o atrio) e una camera funeraria (Figura 2).

I gradini conducevano ad un ampio pianerottolo sacro, da cui si diramavano due scalinate minori situate ai lati. La funzione di queste scalinate non è chiara. Potrebbero essere state utilizzate come sedute per gli officianti delle cerimonie religiose e/o come percorsi per le processioni sacre attorno al tumulo. I gradini sono volutamente piuttosto alti, per obbligare chi li saliva a piegare il busto e la testa in segno di rispetto e umiltà, un modo per riconoscere la sacralità del luogo e la presenza divina. L’estremità del pianerottolo segna l’inizio di un corridoio lungo 10 metri (dromos), che conduce alla facciata del tempio vero e proprio (Figura 3A).

La facciata è costituita da blocchi perfettamente levigati di tufo verdastro. Il Dott. Kitov ipotizzò che vi fosse anche un frontone, del quale, però, non è rimasta traccia (Figura 3B). Tre gradini conducono alla camera del tempio. Il numero tre non è casuale; secondo la cosmogonia trace, infatti, il cosmo è suddiviso in tre parti: Inferi, Terra e Cielo (Figure 3C e 3D). Entrambi i lati dell’ingresso all’anticamera sono decorati con un caratteristico motivo ornamentale, consistente in due file di fregi a rilievo, che, nella forma, ricordano uova. Nella simbologia trace, queste “uova” rappresentano la vita eterna (Figure 3E e 3F). Sullo stipite sono visibili due profondi solchi scavati dal ripetuto movimento di una porta a doppio battente. Le tracce di aperture e chiusure ripetute confermano l’ipotesi del Dott. Kitov secondo cui l’edificio non fosse una tomba[5], bensì un tempio in cui venivano celebrati riti orfici[6] e in cui si praticava il culto del sovrano divinizzato dopo la sua morte[7].
La prima camera del tempio (anticamera o atrio) è di forma rettangolare, con pareti inizialmente verticali che, ad una determinata altezza, si chiudono gradualmente ed elegantemente in una volta.
La seconda camera (camera funeraria) è di forma circolare, con un diametro di 5.40 metri. L’interno è abbellito con 10 eleganti semicolonne (pilastri) sormontate da capitelli dorici (Figure 4A, 4B e 4C). Sopra le semicolonne corre un fregio composto da triglifi[8] e metope[9], tipici dell’architettura greca antica e dell’ordine dorico. I triglifi presentano tre colori: blu chiaro, blu scuro (o nero) e rosso (Figure 4D e 4E).

Questi colori sono idealmente legati al significato simbolico dei tre gradini che conducono alla prima camera del tempio, l’anticamera. Ognuno di essi, infatti, è associato ad una delle tre ripartizioni del cosmo trace. In particolare, il blu scuro o nero simboleggia gli Inferi, il rosso la Terra e il blu chiaro il Cielo. Durante gli scavi, si è scoperto che la camera funeraria era stata riempita con blocchi di pietra e terra e che la cupola, originariamente alta 8 metri e la cui copertura inizia dal bordo superiore del fregio, era crollata in epoca antica per ragioni sconosciute. Nel 2012 si è proceduto con un’anastilosi (ricostruzione), che ha riportato la camera alla sua forma iniziale. Le origini della peculiare forma delle camere funerarie delle tombe e dei templi traci sono ancora oggetto di studio e dibattito tra gli studiosi. Secondo alcuni, tale forma potrebbe derivare da quella delle case traci, secondo altri, potrebbe richiamare il ventre materno, a simboleggiare la “rinascita” del defunto nell’aldilà. L’accesso alla camera rotonda avveniva attraverso una porta a singola anta in pietra. Di questa, nel 2000, sono stati ritrovati diversi frammenti, che hanno consentito agli archeologi di restaurarla quasi completamente (Figura 5A). È presumibile che la camera venisse chiusa durante le cerimonie religiose, alle quali, probabilmente, potevano partecipare solo aristocratici iniziati.

Il tumulo è circondato da un imponente muro di cinta fortificato (krepis) lungo 241 metri, composto da blocchi di granito a forma di parallelepipedo perfettamente lavorati (Figura 5B)[10].
Si stima che per la sua costruzione siano stati scolpiti oltre 5000 blocchi di pietra. Il krepis delinea un cerchio che, nella concezione religiosa trace, simboleggia il Sole e delimitava lo spazio funzionale dell’edificio. Un varco nella parte sud-orientale del muro rivela la scala cerimoniale del tempio, con i suoi nove gradini realizzati con blocchi di pietra scolpiti in modo impeccabile. Due piedistalli profilati sono montati su entrambi i lati dell’ingresso. Si ritiene che su di essi vi fossero due sculture di leone a grandezza naturale[11], probabilmente rubate dai cacciatori di tesori. Solo tre delle zampe dei leoni furono successivamente scoperte dalla spedizione archeologica.
Sul lato nord dell’edificio, è stato rinvenuto un bacino con una capacità di 5–6 tonnellate, rivestito internamente con malta impermeabile (Figura 5C). Sul fondo del bacino sono stati trovati frammenti di coppe, brocche e colini ceramici, il che indica che, per un certo periodo, vi è stato immagazzinato vino (Figura 5D). La presenza di un simile contenitore supporta l’ipotesi secondo cui nel tempio si svolgessero rituali legati al consumo di vino o alle libazioni[12]. Non si può, comunque, escludere la possibilità che il bacino venisse impiegato come contenitore d’acqua, in quanto anche l’acqua veniva impiegata nei rituali di purificazione celebrati dai sacerdoti traci.
A circa 30 metri a sud-ovest dell’edificio, è stata rinvenuta una tomba di un re trace, simile ad un sarcofago, all’interno di un tumulo eretto su una roccia sacra, denominato dal team del Dott. Kitov Tumulo di Peychova. Il ricco corredo funerario del sovrano comprendeva insegne regali (un anello d’oro con un sigillo raffigurante un cavaliere trace), due serie di finimentiequestri in argento, un elmo in bronzo, schinieri, una corazza con pettorale, una faretra contenente punte di freccia in bronzo, recipienti e altri oggetti[13].
Quello del Tumulo di Chetinyova è l’edificio templare sotterraneo più grande mai rinvenuto, non solo in Bulgaria ma anche nell’intera penisola balcanica! Sulla base dei vari elementi architettonici, si è ipotizzato che il tempio sia stato costruito tra la fine del V e l’inizio del IV secolo a.C. Date le sue grandi dimensioni, la costruzione di questo edificio deve avere richiesto ingenti risorse finanziarie e umane. Tale magnificenza e imponenza inducono ad ipotizzare che il complesso fosse associato ad uno dei più potenti sovrani del Regno Odrisio.
FINE DEL DOCUMENTO
[1] Le origini dei Traci sono ancora incerte. Si presume che vadano ricercate in una popolazione proto-tracia sviluppatasi dalla fusione di popoli autoctoni con popolazioni indoeuropee provenienti dal nord dell’India, nel corso della grande espansione indoeuropea avvenuta durante l’Età del Bronzo. Nel primo millennio a.C. i Traci si stanziarono a sud-est della penisola balcanica, nella regione che da loro ha preso il nome, la Tracia, corrispondente all’incirca alle odierne Bulgaria meridionale, Turchia europea e Grecia nordorientale, espandendosi fino al basso corso del Danubio, più a nord.
[2] La tracologia è la branca regionale della storia e dell’archeologia che studia la storia, le origini e la società dei Traci.
[3] Il Dott. Georgi Kitov (Dupnitsa, 1 marzo 1943 – Starosel, 14 settembre 2008) è stato uno dei più eminenti archeologi (tracologi) bulgari, attivo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca di prove che dimostrassero come i Traci fossero una grande civiltà, al pari di altre più note e studiate, come quella egizia, greca e romana, e come essi abbiano apportato un contributo fondamentale alla genesi della civiltà dell’area mediterranea orientale, che ha costituito la base della moderna cultura europea. Sotto la sua guida, sono state compiute le scoperte più significative nel campo dell’archeologia tumulare tracia, come la tomba-mausoleo del Tumulo di Zhaba (vicino a Strelcha), i monumenti architettonici sotterranei nella “Valle dei Re Traci” (nella regione di Kazanlak), i templi del Centro di Culto Trace Starosel e la tomba con affreschi ad Alexandrovo (nella regione di Haskovo). I manufatti più preziosi da lui portati alla luce sono la maschera d’oro di 673 grammi di un re trace anonimo proveniente dallo Svetitsamulus e la testa in bronzo del re degli Odrisi Seuthes III, trovata nel Tumulo di Kosmatka, vicino a Shipka. Il Dott. Kitov morì all’età di 65 anni, a Starosel, ai piedi del Tumulo di Chetinyova, durante gli scavi che dirigeva e a cui si era dedicato con così tanta dedizione e passione.
[4] In epoca antica Plovdiv è stata la capitale, con il nome di Eumolpias, della tribù dei Traci Odrisi. Nel 341 a.C. fu conquistata dal re Filippo II di Macedonia (Pella, 382 a.C. – Aigai, 336 a.C.), padre di Alessandro Magno (Pella, 20 o 21 luglio 356 a.C. – Babilonia, 10 o 11 giugno 323 a.C.), che la ribattezzò “Filippopoli”. Plovdiv è anche nota per essere una delle cinque città più antiche ad essere state continuativamente abitate e per avere la via pedonale più lunga del mondo (1700 m).
[5] Che l’edificio sia stato costruito fin dall’inizio per essere un tempio e non una tomba, lo dimostra anche il ritrovamento di una sepoltura contenente lo scheletro di un uomo adulto, all’esterno dell’edificio, ad alcuni metri di distanza da questo, là dove ora si trova il parcheggio per i visitatori.
[6] L’Orfismo è un movimento religioso dai forti connotati mistici ed esoterici, sviluppatosi in Grecia nel VI secolo a.C. circa attorno alla figura, a metà strada tra mito e leggenda, di Orfeo. Secondo il mito, Orfeo nasce in Tracia da Calliope, la Musa della poesia epica, e il re Eagro (un re trace divenuto, secondo il mito, un dio fluviale dopo la sua morte); grazie alla sua lira magica, regalatagli da Apollo o da Mercurio, che l’aveva realizzata, e al suo soave canto, è in grado di calmare le fiere e infondere la vita alle rocce e agli elementi della natura. Sarebbe vissuto nella parte meridionale della Bulgaria, sui Monti Rodopi, due terzi dei quali si trovano in Bulgaria e un terzo in Grecia. Come Dioniso e Osiride, anche Orfeo, secondo una variante del mito, viene ucciso e fatto a pezzi, nel suo caso dalle Mènadi, le seguaci invasate ed ebbre di Dioniso, che poi sparpagliano le sue membra! Sempre secondo una variante del mito, dopo la morte di Orfeo, la sua testa, assieme alla lira, raggiunge, trasportata dalle onde del mare, l’isola di Lesbo, dove viene utilizzata come oracolo in un tempio di Dioniso mentre la lira viene conservata nel tempio di Apollo. È interessante notare come, con il mito di Orfeo, si passi direttamente dal tema dello smembramento, che accomuna il mito di Dioniso e Osiride, a quello delle “teste magiche”. L’elemento fondante dell’orfismo è la credenza nella natura divina dell’uomo e nell’immortalità dell’anima. Secondo questa concezione, l’uomo è formato da una parte umana mortale, il corpo, e da una parte divina immortale, l’anima. L’Orfismo è la prima tradizione religiosa che in Occidente introduce il dualismo corpo-anima. È interessante notare come vi sia una forte analogia con il pensiero filosofico induista, secondo il quale in ogni essere vivente è presente una scintilla divina, l’ātman, che è la parte del bráhman, l’anima universale, l’essenza stessa dell’universo, il Tutto, l’Assoluto, che alberga in ogni forma di vita. Nell’orfismo il corpo mortale imprigiona l’anima immortale, che non viene automaticamente liberata con la morte; essa, infatti, è destinata a “rinascere” in un altro corpo. L’unico modo per ottenere la definitiva liberazione dell’anima e il ricongiungimento con la divinità, è quello di condurre uno stile di vita puro, la cosiddetta “vita orfica”, disciplinata da una serie di rigorosi precetti, il più importante dei quali è il divieto assoluto di uccidere; ciò, ovviamente, comporta il rifiuto del sacrificio umano e di altri animali e il vegetarianesimo, da cui, però, sono escluse le fave, le uova e il vino. L’unica forma di “sacrificio” consentita è l’offerta di incenso. Anche qui vi è una forte analogia con il sistema filosofico induista, in particolare con il saṃsāra, il ciclo di morte e rinascita determinato dal karma, l’insieme delle azioni, sia buone sia cattive, compiute durante la vita terrena e delle loro conseguenze. L’unico modo per affrancarsi dal saṃsāra e ricongiungersi al bráhman, è quello di compiere buone azioni e agire con rettitudine e saggezza, rispettando una serie di precetti dettati dall’amore, dalla compassione e dal rispetto per il prossimo e per tutto il creato; se poi si ricorre anche a pratiche psicofisiche come la meditazione, nelle sue varie forme e declinazioni, si può accelerare il lungo e faticoso processo di liberazione dal saṃsāra. Il filologo, antropologo e grecista irlandese Eric Robertson Dodds (Banbridge, 26 luglio 1893 – Oxford, 8 aprile 1979) ritiene che l’assetto filosofico dell’orfismo sia stato pesantemente influenzato dagli scambi culturali avvenuti a partire dal VII secolo a.C. tra i greci e alcune popolazioni dell’Asia Centrale, in particolare gli Sciti (popolazione nomade indoeuropea di ceppo iranico presente nella steppa eurasiatica dal XIX secolo a.C. al IV secolo d.C.), in seguito alla colonizzazione greca del Mar Nero. L’impianto religioso di queste popolazioni era strettamente legato allo sciamanesimo, che si basava su pratiche estatiche, nel corso delle quali si riteneva che l’anima dello sciamano uscisse dal corpo per recarsi nel mondo degli spiriti, con cui entrava in contatto.
[7] Quando un re trace moriva, si svolgevano in suo onore grandi festeggiamenti della durata di alcuni giorni, perché si credeva che egli andasse in un mondo migliore, libero dalle sofferenze che affliggono l’uomo durante la vita terrena. Le celebrazioni includevano ricchi banchetti, gare sportive e corse con le bighe. Alla morte del sovrano, tutto ciò che di preferito aveva veniva ucciso, se era un essere vivente, o rotto, se era un oggetto. I re traci avevano più mogli, in genere tre o quattro, perciò, alla loro morte, la consorte preferita veniva uccisa, così come venivano uccisi il cavallo preferito (i Traci avevano una vera e propria venerazione per i cavalli, a tal punto da ricoprirli letteralmente di protezioni e ornamenti in oro e argento; sono stati, infatti, ritrovate più decorazioni per i cavalli che per le donne!), il cane preferito, ecc. Gli oggetti preferiti (una corona, una spada, una coppa, ecc.), invece, venivano rotti e deposti nella tomba assieme al sovrano. Questa pratica funeraria è da inquadrare nell’ottica che nessuno e nulla di ciò che un re aveva di preferito dovesse sopravvivergli. Un’altra usanza dei Traci era quella di divinizzare i re dopo la loro morte.
[8] Il triglifo è un elemento architettonico del fregio dell’ordine dorico dell’architettura greca e romana. Si tratta di una formella in pietra, decorata con scanalature verticali, i glifi. Le due scanalature centrali hanno eguali dimensioni mentre le due laterali sono larghe la metà di quelle centrali.
[9] La mètopa è un altro elemento architettonico del fregio dell’ordine dorico (fascia orizzontale che corre sopra le colonne e sotto il tetto di un tempio) dell’architettura greca e romana. Consiste in una formella rettangolare in pietra, decorata con bassorilievi o altorilievi raffiguranti scene mitologiche, personaggi o figure e alternata regolarmente con i triglifi. Si suppone che le metope fossero dipinte, poiché su di esse sono state trovate tracce di pigmenti. Molto spesso sulle metope veniva raffigurato, in bassorilievo, il bucranio, cioè il teschio di un bue, che, nella cultura tracia, simboleggia prosperità. Negli ordini ionico e corinzio, invece, la trabeazione (negli ordini architettonici classici, struttura orizzontale che comprende l’architrave, il fregio e la cornice e poggia su sostegni verticali, come colonne o pilastri) è composta da un unico fregio, privo dell’alternanza di metope e triglifi, decorato con bassorilievi raffiguranti scene mitologiche. Le metope non svolgono soltanto una funzione estetica, decorativa; esse contribuiscono anche alla stabilità strutturale del tempio. Conosciute in tutto il mondo sono le metope del Partenone dell’Acropoli di Atene, in cui sono raffigurate scene di battaglie mitologiche che celebrano la vittoria sui persiani. Altre metope famose sono quelle dell’Heraion di Paestum.
[10] In genere, i Traci realizzavano le costruzioni in pietra a secco, unendo i blocchi con ganci di ferro talvolta rivestiti di piombo.
[11] Il leone, assieme alla rosa, è il simbolo nazionale della Bulgaria.
[12] I Traci credevano che il vino fosse la bevanda degli dei e che li avrebbe avvicinati a una delle loro principali divinità, Dioniso. Essi celebravano l’arrivo della primavera, associato alla rinascita del dio, con turbolenti festeggiamenti. Credevano anche che Dioniso avrebbe portato alla follia divina chiunque gli avesse mancato di rispetto. Per impedire che ciò avvenisse, offrivano al dio vino e sangue in spettacolari santuari rupestri. Oggi, gli antichi santuari traci sono ancora coperti di fosse per la produzione del vino sacro e di altari dove esso veniva offerto in onore di Dioniso.
[13] Si riporta di seguito l’elenco dei manufatti rinvenuti a Starosel, nei pressi del Tumulo di Chetinyova:
- anello in oro con sigillo raffigurante un guerriero trace (Tumulo di Peychova, metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- frontale in argento facente parte dei finimenti per cavallo, con una testa di ariete tridimensionale (Tumulo di Peychova, metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- brocca d’argento (Tumulo di Peychova, IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- pelike (tipo di vaso greco, simile ad un’anfora, utilizzato per contenere liquidi, probabilmente vino) con figure rosse (Tumulo di Peychova, IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- phiale (vaso rituale greco, in ceramica o in metallo, utilizzato per il rituale della libagione, cioè lo spargimento di vino, olio, latte o altra sostanza gradita alla divinità) in argento parzialmente dorato (Tumulo di Peychova, IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- frontale in argento di un finimento per cavallo con una rappresentazione in rilievo di un cavaliere trace (Tumulo di Peychova, metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- kantharos (coppa per bere diffusa tra i greci e gli etruschi) smaltato di nero. Il bordo è cavo e all’interno si trova una sfera metallica, non visibile, che si muove con le vibrazioni (Tumulo di Peychova, IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- lekane (tipo di vaso in uso nell’antica Grecia, frequente in Attica e in Beozia, e utilizzato per contenere e servire cibo o acqua) a figure rosse con creature mitologiche (Tumulo di Peychova, IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- frontale in argento di una bardatura per cavallo con una testa tridimensionale di grifone (Tumulo di Panchova, seconda metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- anello d’oro con sigillo raffigurante una sfinge (Tumulo di Mavrova, seconda metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- maschera di vetro, probabilmente la testa di uno scettro (Tumulo di Mavrova, seconda metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2000);
- pettorale in oro (Tumulo di Peeva, seconda metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2003);
- timpano (tamburo) in ceramica (Tumulo 32, seconda metà del IV secolo a.C. – Georgi Kitov, 2003).
Questo documento non è stato prodotto con l’ausilio di Modelli di Intelligenza Artificiale Generativa e tutte le fotografie in esso contenute sono state realizzate dall’autore.
Documento
Autore: Patrizio Caini
Periodo: 17-23 luglio 2025
Paese: Bulgaria (NATO, Spazio Schengen, UE e Zona euro dal 1 gennaio 2026)
Località: Centro di Culto Trace Starosel
Oggetto: Tempio del Tumulo di Chetinyova (fine del V-IV secolo a.C.)
